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sabato 13 giugno 2026

Ventricolomegalia e sorrisoni

Una domanda che ultimamente mi fanno spesso è “Come ti senti a essere padre? Cosa si prova?” Io non so mai cosa rispondere; spesso in maniera diplomatica affermo di essere più responsabile, preoccupato, faccio qualche generico riferimento alla stanchezza o ai costi da sostenere, e se la domanda me la pone qualcuno senza figli, scuoto la testa dicendogli “Tu si che stai bene…  e se è pure single segue la solita battuta sulla libertà sessuale che l’interlocutore avrebbe a disposizione. Insomma, banalità.

Non che un figlio non comporti costi, stanchezza, impegno e qualche riflesso sulla vita intima, tuttavia la mia esperienza con Jacopo, almeno per questi primi 4 mesi, si intreccia fin da subito con un altro tema, quello della ventricolomegalia.
Ma facciamo un saltello indietro, più precisamente al 5 gennaio 2026, quando manca poco più di un mese alla data presunta del parto: durante l’ecografia del terzo semestre a Jacopo viene riscontrato in testa un ventricolo più grosso rispetto ai parametri standard. C’entra il cuore? Cosa significa?
Di per sé nulla, minimizza la dottoressa, probabilmente si sgonfierà con l’avanzare della gravidanza, nei maschietti è comune. Intanto per la prossima settimana vi prenoto un’ecografia di secondo livello.
Da quel momento cadiamo in uno stato di agitazione che fino ad allora non avevamo mai conosciuto, fatta di ricerche internet, scenari catastrofici e richiami alla calma.
Questo stato peggiora ulteriormente a seguito dell’ecografia di secondo livello: viene confermata la ventricolomegalia, severa a sinistra e moderata a destra, facendo scattare una serie di visite, risonanze magnetiche, un giro dallo psicologo che male non fa, e altri accertamenti. Veniamo presi in carico dal Sant’Anna, con tanti saluti al Maria Vittoria, dove Viola avrebbe voluto partorire e in cui aveva cominciato il corso preparto.

A noi, che pensavamo i ventricoli fossero qualcosa di legato al cuore, ci viene spiegato che esistono anche in testa. Sono quattro: quello di destra, quello di sinistra, il terzo ed il quarto. Immaginateveli come dei palloncini collegati tra loro da un canale (di Silvio) in cui scorre liquor, ci istruisce il Dottore che ci segue.
Dalle analisi fatte sulla testolina di Jacopo, il ventricolo destro, quello sinistro e pure il terzo sono dilatati. Cioè si accumula liquor. Di per sé non sarebbe un dramma, il problema è che se continuano a ingrandirsi aumenta la pressione intracranica, con difficoltà dello sviluppo celebrale. Inoltre la ventricolomegalia è associata spesso ad altro, un’infiammazione, un’emorragia, una malattia ereditaria…dovremmo indagare a cosa è dovuta, chiosa il luminare, con la sua inflessione del centro Italia.

Non starò qui a riscrivere i pensieri che ci hanno attraversato la mente in quei momenti, in quei giorni. So solo che ogni ecografia era una siringata di ansia: come Viola si stendeva sul lettino e scopriva la pancia, cercavo di intuire dalle espressioni del viso del dottore se le immagini restituite dal monitor evidenziassero miglioramenti o regressioni. Che sparisse non era più possibile. Credo che ogni genitore debba provare almeno una volta nella vita l’ipotesi di avere un figlio disabile. Avrebbe una visione e una sensibilità decisamente diversa.
Comunque  la notizia positiva era che eravamo prossimi scadenza naturale del parto, dunque con possibilità di intervento immediata, quella negativa è che i ventricoli erano parecchio grossi, e non si capiva perché, insisteva il Dottore.

A inizio febbraio, a seguito dell’ennesima ecografia, i medici decidono di trattenere Viola in ospedale: difficilmente dimenticherò la paura e le lacrime di quell'istante.
Al Sant’Anna, al terzo piano, vi è un reparto che sembra una piccola comunità, con tante stanzette colorate, due posti letto ciascuna, in cui sistemano Viola, le procurano pasti e la trattano da principessa. Lì vengono gestite le gravidanze a rischio, ed è interessante scivolare dall’altra parte, scoprire che oltre alle molte gravidanze perfette, ne esistono altre complicate, che vanno seguite con maggiori attenzioni.
I medici convincono Viola a effettuare un parto cesareo (non che ci fossero molte altre alternative): la data scelta è il 4 febbraio.
Il giorno prescelto veniamo accompagnati in una stanzina dove fanno stendere su una barella Viola, attaccandole una flebo e lì restiamo in attesa un tempo che pare eterno. Poi la portano via dicendomi che mi verranno a chiamare. Resto lì decine di minuti, vedo del personale medico andare su e giù con frenesia, senza che io costituisca il minimo interesse. Ad un certo punto penso che si siano dimenticati di me, e la cosa non mi dispiace, pensando che magari lo squarto della compagna me lo sarei evitato volentieri. A un certo punto sento un pianto provenire da una stanza adiacente, prima è soffocato, poi si espande per tutto il corridoio. Il pianto di un neonato. Guardo l’ora, sono le 13,29. Benvenuto Jacopo. Alcuni minuti dopo arriva un’infermiera con un fagotto tra le mani. Mi sorride dicendomi che il cesareo che è andato bene, stanno medicando Viola, e presentandomi Jacopo.
Lo accolgo tra le braccia come un pacco fragilissimo: ha la testa, gli occhi, le gambe…persino le dita-cinque per mano- normali. Ha un espressione diffidente, quasi buffa, gli occhi di sua madre e i capelli folti. E’ un bel bimbo, e non lo dico perché ne sono il padre. O forse si.

La settimana seguente, se possibile, è la più dura mentalmente: lui sta bene, ha ottimi parametri alla nascita, si attacca al seno, e noi iniziamo a prendergli le misure, ma c’è sempre il problema dei ventricoli. I neurochirurghi ci prendono da parte, informandoci che è emersa una stenosi del canale di Silvio, e che l’intervento di terzoventricolocistomia è fissato per il 12 febbraio, otto giorni dopo il parto. Ci sono due potenziali effetti negativi: il primo, più raro, che capiti un’emorragia durante l’operazione. Il secondo, più frequente, che questo benedetto foro applicato al terzo ventricolo con l’obiettivo di far defluire il liquido in eccesso, con il passare dei mesi si chiuda, rendendo necessaria una seconda, e magari una terza, operazione.
I giorni passano lenti, Viola è sempre ricoverata al Sant’Anna, io faccio avanti e indietro, andando a lavoro per inerzia.
L’operazione è fissata per le ore 11, ma subisce un paio di ore di ritardo a causa dell’intervento precedente. Jacopo deve restare a digiuno almeno 4 ore prima dell’operazione, così piange di continuo. Finalmente arriva un’infermiera, gli danno del saccarosio e del sonnifero. Jacopo crolla, lo caricano su una barellina che scortiamo per gli infiniti corridoi del Sant’Anna. La sala operatoria mi pare un macello, tutta in acciaio e noi ci chiudiamo la porta alle spalle, con Jacopo dentro. Siamo disorientati e angosciati. Proviamo ad abbozzare due passi fuori dall’ospedale, mangiamo un boccone, poi torniamo davanti alla porta in trepida attesa. Ci siamo solo noi su quelle panche in metallo, ogni tanto passa un carrello delle pulizie trainato da facce annoiate. Escono i neurochirurghi bardati di camice e mascherine, ci alziamo in piedi come davanti a un plotone d’esecuzione, dicono che l’operazione è andata bene. Tiriamo un enorme sospiro di sollievo.
Jacopo passa la notte in osservazione al Regina Margherita, noi torniamo a casa.
La mattina dopo lo spostano alla TINC, terapia intensiva neonatale, in cui è presente una stanzetta buia e afosa in cui i bimbi nati con difficoltà, spesso prematuri, vengono assistiti da infermieri che sembrano soldati al fronte. Lì Viola ed io consumiamo le prime giornate di vita di Jacopo, impariamo a conoscerlo, gli applicano una medicazione in testa che continua a sfilarsi, torna ad attaccarsi al seno della madre. Dopo una settimana abbondante viene fatta un’ulteriore risonanza magnetica che conferma la buona riuscita dell’operazione. Siamo liberi. Dopo oltre 20 giorni, che a me paiono durati mesi, possiamo abbandonare l’ospedale. Torniamo a casa in tre.
Nei 4 mesi successivi seguiranno esami comuni a tutti i neonati, oltre che quelli suoi specifici che confermano il buon decorso dell’operazione. Restiamo guardinghi sugli sviluppi, e non possiamo archiviare questa faccenda come una brutta storia da dimenticare, tuttavia guardiamo con ottimismo lo sviluppo di Jacopo, che nel frattempo ha iniziato a regalarci degli splendidi sorrisoni.


domenica 29 marzo 2026

Ciao Papà, benvenuto Jacopo

Dopo mesi mi trovo a scrivere qualche riga su questo blog.
Uno spazio che, è bene dirlo, non ha molto senso di esistere. Era nato con le migliori intenzioni: raccontare esperienze di viaggio all’estero non convenzionali. Ed era partito bene, tra il wwoof in Gran Bretagna ed il servizio civile all’estero, tra Romania e Turchia. Peccato poi che io abbia sposato una vita convenzionale, tra posto fisso, mutuo e fondo pensione. I viaggi, salvo rari casi, sono diventati abbastanza normali, nulla di diverso da quelli fatti da milioni di italiani over 30, nulla che non si possa trovare grazie a una rapida ricerca su internet.
Ho continuato, e continuo, ad aggiornare sporadicamente il blog un po’ per tenere traccia dei viaggi fatti, un po’ perché scrivere mi piace, un po’ perché detesto accantonare qualcosa a cui ho dedicato tempo e impegno.
C’era anche un'altra ragione per cui continuavo a scrivere i report dei viaggi, e adesso non c’è più. Quella ragione si chiamava papà. Ecco, lui mi ha sempre spronato, a modo suo, a seguire la passione della scrittura. Era la persona a cui mandavo i post prima di pubblicarli, e, sono sicuro, fosse l’unico che li leggesse, tanto che me li rispediva corretti.
Nel periodo in cui lavoricchiai per un atroce quotidiano online con la promessa -mai mantenuta- di un tesserino da giornalista, mio padre era uno dei pochi a leggersi i miei articoli. Anzi, fece di più, se li scaricò tutti e li mise in una cartella del suo pc, con l’intento di stamparli. Io gli dissi che sarebbe stato un’inutile spreco di carta, e non se ne fece nulla, ma comunque apprezzai il gesto. Percepivo una certa soddisfazione nell'avere questo punto in comune con lui: devo a mio padre la scoperta di un sacco di scrittori, da Bukowski a Melville, passando per London, Hemingway, i classici sudamericani, fino ai nostrani Terzani e Buzzati. 
Questo fino a martedì scorso, 26 marzo 2026, data della sua morte. Se l’è portato via un tumore all’intestino. Una fine piena di sofferenza, di cui un giorno, se avrò la giusta lucidità, scriverò.
Tra le varie riflessioni che questo personale dramma mi sta portando, vi è anche quella legata a questo strampalato blog; a lui piaceva che scrivessi, tanto che, bonariamente, mi aveva suggerito di chiamare il blog “Marco Pollo” (un  Marco Polo che non ce l’aveva fatta); ho intenzione di onorare la sua memoria scrivendo un po’ di più. Non per forza di viaggi, che in fondo non interessano a nessuno, bensì di tutto ciò che reputo meritevole: che siano pensieri sparsi tra i banchi della Coop, o riflessioni fatte cullando Jacopo. Già, l’altra grossa novità dell’anno è la nascita di mio -e della mia compagna Viola- figlio, Jacopo. Ha preso luce il 4 febbraio 2026, a seguito di un cesareo: si è dovuto anticipare il parto a causa di una idrocefalia che ci ha gettati, all’ultimo mese di gravidanza, in uno stato di enorme agitazione. Magari in futuro scriverò anche di questo. Inutile dire che tra padre e figlio sono stati mesi durissimi: i due si sono visti pochi minuti in ospedale, in uno di quei pomeriggi di fine febbraio in cui il personale medico ci aveva comunicato che il babbo aveva i giorni contati. Non ci saranno certamente ricordi da parte di Jacopo, ma mi fa piacere ci sia stato quel flebile contatto (e una foto che ogni volta che la guardo mi si stringe il cuore).
La vita mi sta tirando dei colpi piuttosto forti, e userò questo spazio per sfogarmi, ed esprimere me stesso. Lo farò pensando a papà, e a Jacopo, in cui mi piacerebbe piantare il seme della scrittura.