Una domanda che ultimamente mi fanno spesso è “Come ti senti a essere padre? Cosa si prova?” Io non so mai cosa rispondere; spesso in maniera diplomatica affermo di essere più responsabile, preoccupato, faccio qualche generico riferimento alla stanchezza o ai costi da sostenere, e se la domanda me la pone qualcuno senza figli, scuoto la testa dicendogli “Tu si che stai bene…” e se è pure single segue la solita battuta sulla libertà sessuale che l’interlocutore avrebbe a disposizione. Insomma, banalità.
Non che un figlio non comporti costi, stanchezza,
impegno e qualche riflesso sulla vita intima, tuttavia la mia esperienza con
Jacopo, almeno per questi primi 4 mesi, si intreccia fin da subito con un altro
tema, quello della ventricolomegalia.
Ma facciamo un saltello indietro, più precisamente al 5 gennaio 2026, quando
manca poco più di un mese alla data presunta del parto: durante l’ecografia del
terzo semestre a Jacopo viene riscontrato in testa un ventricolo più grosso rispetto ai parametri standard. C’entra il cuore? Cosa significa?
Di per sé nulla, minimizza la dottoressa, probabilmente si sgonfierà con
l’avanzare della gravidanza, nei maschietti è comune. Intanto per la prossima
settimana vi prenoto un’ecografia di secondo livello.
Da quel momento cadiamo in uno stato di agitazione che fino ad allora non
avevamo mai conosciuto, fatta di ricerche internet, scenari catastrofici e
richiami alla calma.
Questo stato peggiora ulteriormente a seguito dell’ecografia di secondo livello:
viene confermata la ventricolomegalia, severa a sinistra e moderata a destra, facendo
scattare una serie di visite, risonanze magnetiche, un giro dallo psicologo che
male non fa, e altri accertamenti. Veniamo presi in carico dal Sant’Anna, con
tanti saluti al Maria Vittoria, dove Viola avrebbe voluto partorire e in cui aveva
cominciato il corso preparto.
A noi, che pensavamo i ventricoli fossero qualcosa di
legato al cuore, ci viene spiegato che esistono anche in testa. Sono quattro: quello
di destra, quello di sinistra, il terzo ed il quarto. Immaginateveli come dei
palloncini collegati tra loro da un canale (di Silvio) in cui scorre liquor, ci
istruisce il Dottore che ci segue.
Dalle analisi fatte sulla testolina di Jacopo, il ventricolo destro, quello sinistro
e pure il terzo sono dilatati. Cioè si accumula liquor. Di per sé non sarebbe
un dramma, il problema è che se continuano a ingrandirsi aumenta la pressione
intracranica, con difficoltà dello sviluppo celebrale. Inoltre la
ventricolomegalia è associata spesso ad altro, un’infiammazione, un’emorragia,
una malattia ereditaria…dovremmo indagare a cosa è dovuta, chiosa il luminare,
con la sua inflessione del centro Italia.
Non starò qui a riscrivere i pensieri che ci hanno
attraversato la mente in quei momenti, in quei giorni. So solo che ogni ecografia
era una siringata di ansia: come Viola si stendeva sul lettino e scopriva la
pancia, cercavo di intuire dalle espressioni del viso del dottore se le
immagini restituite dal monitor evidenziassero miglioramenti o regressioni. Che
sparisse non era più possibile. Credo che ogni genitore debba provare almeno
una volta nella vita l’ipotesi di avere un figlio disabile. Avrebbe una visione
e una sensibilità decisamente diversa.
Comunque la notizia positiva era che
eravamo prossimi scadenza naturale del parto, dunque con possibilità di
intervento immediata, quella negativa è che i ventricoli erano parecchio
grossi, e non si capiva perché, insisteva il Dottore.
A inizio febbraio, a seguito dell’ennesima ecografia, i medici decidono di trattenere Viola in ospedale: difficilmente dimenticherò la paura e le lacrime di quell'istante.
Al Sant’Anna, al terzo piano, vi è un reparto che sembra una piccola comunità, con tante stanzette colorate, due posti letto ciascuna, in cui sistemano Viola, le procurano pasti e la trattano da principessa. Lì vengono gestite le gravidanze a rischio, ed è interessante scivolare dall’altra parte, scoprire che oltre alle molte gravidanze perfette, ne esistono altre complicate, che vanno seguite con maggiori attenzioni.
I medici convincono Viola a effettuare un parto cesareo (non che ci fossero molte altre alternative): la data scelta è il 4 febbraio.
Il giorno prescelto veniamo accompagnati in una stanzina dove fanno stendere su una barella Viola, attaccandole una flebo e lì restiamo in attesa un tempo che pare eterno. Poi la portano via dicendomi che mi verranno a chiamare. Resto lì decine di minuti, vedo del personale medico andare su e giù con frenesia, senza che io costituisca il minimo interesse. Ad un certo punto penso che si siano dimenticati di me, e la cosa non mi dispiace, pensando che magari lo squarto della compagna me lo sarei evitato volentieri. A un certo punto sento un pianto provenire da una stanza adiacente, prima è soffocato, poi si espande per tutto il corridoio. Il pianto di un neonato. Guardo l’ora, sono le 13,29. Benvenuto Jacopo. Alcuni minuti dopo arriva un’infermiera con un fagotto tra le mani. Mi sorride dicendomi che il cesareo che è andato bene, stanno medicando Viola, e presentandomi Jacopo.
Lo accolgo tra le braccia come un pacco fragilissimo: ha la testa, gli occhi, le gambe…persino le dita-cinque per mano- normali. Ha un espressione diffidente, quasi buffa, gli occhi di sua madre e i capelli folti. E’ un bel bimbo, e non lo dico perché ne sono il padre. O forse si.
La settimana seguente, se possibile, è la più dura mentalmente:
lui sta bene, ha ottimi parametri alla nascita, si attacca al seno, e noi
iniziamo a prendergli le misure, ma c’è sempre il problema dei ventricoli. I
neurochirurghi ci prendono da parte, informandoci che è emersa una stenosi del canale di Silvio, e che l’intervento di
terzoventricolocistomia è fissato per il 12 febbraio, otto giorni dopo il
parto. Ci sono due potenziali effetti negativi: il primo, più raro, che capiti un’emorragia
durante l’operazione. Il secondo, più frequente, che questo benedetto foro
applicato al terzo ventricolo con l’obiettivo di far defluire il liquido in
eccesso, con il passare dei mesi si chiuda, rendendo necessaria una seconda, e
magari una terza, operazione.
I giorni passano lenti, Viola è sempre ricoverata al Sant’Anna, io faccio
avanti e indietro, andando a lavoro per inerzia.
L’operazione è fissata per le ore 11, ma subisce un paio di ore di ritardo a causa
dell’intervento precedente. Jacopo deve restare a digiuno almeno 4 ore prima
dell’operazione, così piange di continuo. Finalmente arriva un’infermiera, gli
danno del saccarosio e del sonnifero. Jacopo crolla, lo caricano su una
barellina che scortiamo per gli infiniti corridoi del Sant’Anna. La sala
operatoria mi pare un macello, tutta in acciaio e noi ci chiudiamo la porta
alle spalle, con Jacopo dentro. Siamo disorientati e angosciati. Proviamo ad
abbozzare due passi fuori dall’ospedale, mangiamo un boccone, poi torniamo davanti
alla porta in trepida attesa. Ci siamo solo noi su quelle panche in metallo,
ogni tanto passa un carrello delle pulizie trainato da facce annoiate. Escono i
neurochirurghi bardati di camice e mascherine, ci alziamo in piedi come davanti
a un plotone d’esecuzione, dicono che l’operazione è andata bene. Tiriamo un enorme
sospiro di sollievo.
Jacopo passa la notte in osservazione al Regina Margherita, noi torniamo a
casa.
La mattina dopo lo spostano alla TINC, terapia intensiva neonatale, in cui è
presente una stanzetta buia e afosa in cui i bimbi nati con difficoltà, spesso
prematuri, vengono assistiti da infermieri che sembrano soldati al fronte. Lì
Viola ed io consumiamo le prime giornate di vita di Jacopo, impariamo a
conoscerlo, gli applicano una medicazione in testa che continua a sfilarsi, torna
ad attaccarsi al seno della madre. Dopo una settimana abbondante viene fatta
un’ulteriore risonanza magnetica che conferma la buona riuscita dell’operazione.
Siamo liberi. Dopo oltre 20 giorni, che a me paiono durati mesi, possiamo
abbandonare l’ospedale. Torniamo a casa in tre.
Nei 4 mesi successivi seguiranno esami comuni a tutti i neonati, oltre che
quelli suoi specifici che confermano il buon decorso dell’operazione. Restiamo
guardinghi sugli sviluppi, e non possiamo archiviare questa faccenda come una
brutta storia da dimenticare, tuttavia guardiamo con ottimismo lo sviluppo di
Jacopo, che nel frattempo ha iniziato a regalarci degli splendidi sorrisoni.
