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sabato 7 novembre 2026

Nuovamente sul Monviso

 Le vacanze formato famiglia, composte da noi tre fratelli, i rispettivi partner e relativi figli di pochi mesi sono andate bene. Ero già pronto a scrivere di litigate epiche, scenate sulla battigia, lotte per la spesa comune, invece non è successo nulla di tutto questo. E un po’ me ne dispiace, avrei avuto materiale per alimentare questo blog, che ormai parla solo di disgrazie personali. Ma tant’è.
Le due settimane in giro per la Corsica sono filate senza intoppi, tra primi bagni dei bimbi e birre sulla spiaggia; le divergenze sulla modalità di vacanza, con il nucleo famigliare di mia sorella orientato maggiormente al relax, mentre quello di mio fratello fatto di trekking e spostamenti continui, sono state disinnescate senza troppe difficoltà. Il gruppo ha retto bene.

Personalmente ho rischiato di prendermi un ceffone da un traslocatore corso il primo giorno di vacanza, e in generale ho registrato un astio che la popolazione isolana ha avuto nei nostri confronti emerso in più di un’occasione: l’host di una delle due case che ci contesta la rottura di una serranda a noi non imputabile, baristi e  camerieri scontrosi, un camionista che quasi mette le mani addosso a mio fratello per la lentezza di una manovra, un’altra donna in spiaggia che impreca contro di noi, e tutti gli italiani. Certo, in quest’ultimo caso gli avevamo colonizzato lo spazio della spiaggia a lei vicino: avere tre pupi che piangono e strillano incessantemente quando magari sognavi di passare le ore nel silenzio più assoluto sfogliando un libro in riva al mare può portare all’esasperazione. Lei l’ assolviamo.
Comunque, avendo già scritto sulla Corsica due anni fa, ed essendo stati più o meno negli stessi posti, non ho molto altro da aggiungere. Se non che la Corsica è una terra magnifica, e che probabilmente i miei soldi non li vedranno più. Penso se ne faranno una ragione.
Al rientro dalle vacanze la prima, e spesso unica, domanda che amici e parenti ci hanno fatto è “Allora, avete litigato?” come se la cosa fosse scontata. La risposta è no, non abbiamo litigato.
A tratti ci siamo pure divertiti.

L’avventura che vorrei rimanesse agli atti, però, è la scalata del Monviso.
Con mio fratello e mia mamma ci eravamo saliti nel 2015, e dopo 11 anni ci abbiamo riprovato. Stavolta mia madre non c’è, e a fare da capo spedizione ci ha pensato mio fratello, che ha preparato gran parte della scalata mentre guidavamo lungo i tornanti che ci avrebbero condotto al Pian del Re, luogo in cui nasce il Po e parte la via normale per salire in vetta al Monviso.
Una salita del genere andrebbe organizzata decentemente, mentre noi ci siamo limitati a scaricare una traccia sul telefono –puntualmente ignorata, come emergerà dal racconto- e a guardare un paio di video su youtube con l’obiettivo di imparare a fare dei nodi salvavita. Che non sono serviti, per fortuna.
La salita, effettuata a inizio settembre, prevede un’ascesa di circa 1800 metri da effettuare  solitamente in due giorni (c’è chi la fa in uno): dai 2000 del Pian del Re, ai 3841 della vetta. Fondamentale è valutare il meteo prima di partire.
Lago Grande di Viso
Nello zaino buttiamo dentro guanti, cappellino, scalda collo, pile, giacca, kway, casco con relativa luce frontale, beauty case, crema solare, barrette varie, bustine di polase, un paio di litri d’acqua e qualche corda a caso, che comunque non saremo in grado di utilizzare.
La prima giornata ce la prendiamo comoda visto che rappresenta l’avvicinamento alla vetta; lasciamo l’auto nel parcheggio del Pian del Re e, intorno alle 15, ci incamminiamo lungo il sentiero. Dopo due ore e trenta di splendido sole in cui si lambiscono i laghi Fiorenza e Chiaretto arriviamo al rifugio Quintino Sella (2640 mt.), in tempo per ammirare da vicino dei camosci, visitare la cappella dei Caduti del Monviso, tapezzata di targhette commemorative (toccarsi è d’obbligo) e cenare in compagnia di un tizio olandese con panzona, baffi e birra che, ci diciamo, doveva essere stato calato dall’alto per trovarsi lì, sennò non si spiegava come c’era arrivato.
La scena tragicomica si verifica dopo cena, quando orde di montagnini improvvisati si mettono a giocare con le corde da arrampicata sui tavoli del rifugio. La maggior parte non sa fare un nodo, e gli si legge in faccia il terrore dell’imminente salita. Pure a mio fratello glielo si legge.
Comunque sia, tutti a nanna alle 22: io con la solita fortuna finisco in un letto incastrato tra altri quattro, impossibilitato a muovermi senza prendermi gli accidenti degli altri: faccio il nodo alla vescica fino alle 3.30, quando ci alziamo. E’ un concerto di sveglie, tutte puntate per quell’ora, e di gente che stancamente si cala dai letti a castello iniziando a ricoprirsi con strati di materiale tecnico. C’è pure la guida alpina che la sera prima aveva fatto il brillante dichiarando che sarebbe partito con calma alle 5. Le facce sono assonnate e il caffelatte in polvere tremendo; io e mio fratello abbiamo la genialata di anticipare il gruppone e partire immediatamente.
3, 2, 1, e ci perdiamo. La notte è buia, fuori la temperatura sfiora gli zero gradi e, voltandoci, notiamo che dietro non abbiamo nessuno. Le cime che si intravedono nella notte sono giganti di pietra, e il silenzio tutt’attorno è assordante. Dopo alcuni istanti passati a incolparci a vicenda, e a chiederci mo’ che facciamo? notiamo in lontananza dietro di noi una lunga fila di frontalini arrampicarsi su un’altra parete rispetto alla nostra. Correndo nel buio, torniamo indietro fino a raggiungere gli altri escursionisti: da quel momento capiamo che è meglio stare alle calcagna di qualcuno esperto, almeno finché non spunta un po’ di luce.
L’alba ci sorprende in prossimità del Passo delle Sagnette, dove quelli preparati salgono con materiale da ferrata, mentre noi ci attacchiamo alle corde con le mani, tra gli sguardi riprovevoli di molti. Segue una leggera discesa, poi una lunghissima pietraia. Ogni tanto si sente un boato, quintali di pietre precipitano nel vallone, per fortuna distanti da noi. Il sentiero torna a salire. Superiamo un gruppetto di ragazzi incontrati la sera prima al rifugio quando inizio a sentire mal di testa e fiato corto. Giunto in prossimità del bivacco Andreotti (3225 mt) inizio a prendere in considerazione l’idea di mollare. Ma non posso fare certe figure, e poi sono il fratello maggiore. Vivo il resto della salita come una condanna, con lo sguardo che cade continuamente sul Garmin al polso, aspettando che quel numerino cresca il più in fretta possibile…3456… 3460…3500...
Patisco la mancanza d’ossigeno, e mi fermo di continuo. Constato di essere una pippa.
In alcuni punti ci si arrampica, ma patisco maggiormente la pietraia. Un tizio esperto che millanta di conoscere il nome delle formazioni rocciose (“quelli sono i fornelli” , “adesso ci arrampichiamo sul Duomo di Milano”…) mi dà la carica dicendo che manca un quarto d’ora. Non era vero, ma lì per li ci credo e mi fa bene, e quando finalmente giungiamo in cima, il primo pensiero è rivolto alle 7 ore di strada che ci vorranno per raggiungere la macchina. Sono le 9, e da cinque siamo in movimento.
La vista è spettacolare anche se il cielo non è perfettamente pulito.
Foto di rito appesi alla croce, e via con la discesa.
Il primo pezzo del ritorno è decisamente complicato a causa delle ripide discese e delle persone che salgono su. Con i soliti mezzi da principianti riusciamo a venirne fuori, sulla pietraia perdiamo il sentiero ma lo ritroviamo subito grazie agli omini di pietra, mangiamo al volo un panino duro come il marmo, scavalliamo il passo delle Sagnette, ci caliamo giù per la ferrata che in discesa non è particolarmente complicata, ed esausti facciamo una sosta al rifugio Sella per saldare il conto e prender un caffè. Poco prima si erano accollati a noi due signori bergamaschi parecchio avanti con l’età che, al sentire la proposta di un passaggio in auto (avevano parcheggiato al pian della Regina), ci avevano marcati stretti. L’ultimo tratto lo passiamo con i piedi a pezzi e nelle orecchie le chiacchere di uno dei due che continua a parlare di immigrati, sicurezza e rimedi a suo dire infallibili. L’altro ogni tanto prova a mettere una pezza alle castronerie che dice l’amico, spesso con scarsi risultati. Comunque siamo soddisfatti, la vetta è portata a casa; tra i ragazzi che scendevano alle macchine c’è chi dice di aver visto un’ottantenne, in mattinata, partire dal Pian del Re e farsela tutta in giornata. A me pare strano, ma anche fosse vero, questo non scalfisce minimamente il valore dell’impresa compiuta.
Ci vediamo tra 10 anni, gigante di pietra!

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